Grano: prezzo basso per i produttori lucani
La quotazione è scesa a 240-260 euro a tonnellata
mercoledì 26 agosto 2026
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In Basilicata un chilo di pasta di semola può costare al supermercato tra 1,35 e 2,20 euro, mentre al cerealicoltore per un chilo di grano duro vengono riconosciuti appena 24-26 centesimi, spesso meno dei costi di produzione. È da questo divario che Cia-Agricoltori rilancia la necessità di una maggiore trasparenza lungo la filiera del grano duro e di una remunerazione più equa per gli agricoltori.
Il tema torna al centro del dibattito anche alla luce della campagna di sensibilizzazione e promozione del prodotto Made in Italy lanciata dal Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. Cia considera positivamente l'iniziativa e ribadisce che scegliere pasta prodotta con grano 100% italiano significa sostenere concretamente l'agricoltura nazionale, valorizzare i territori e difendere una filiera che parte dai campi e arriva alla tavola.
I numeri fotografano però una forte distanza tra il prezzo pagato dal consumatore e quello riconosciuto alla produzione. La pasta industriale sugli scaffali della grande distribuzione si colloca generalmente tra 1,35 e 1,85 euro al chilo, con punte che arrivano a 2,20 euro per prodotti premium o biologici. Nei discount si possono trovare confezioni a partire da 80-90 centesimi al chilo, mentre la pasta fresca artigianale raggiunge valori molto più elevati, dai circa 16 euro al chilo per i formati semplici fino a oltre 35-40 euro per ripieni e specialità.
Dall'altra parte della filiera c'è il cerealicoltore. In occasione della recente mietitura, il prezzo del grano duro nazionale si è attestato mediamente tra 240 e 260 euro a tonnellata, vale a dire circa 24-26 centesimi al chilo, con differenze legate alla qualità, al peso specifico e al contenuto proteico. Un valore che, secondo le stime richiamate da Cia, risulta inferiore al costo medio di produzione, indicato intorno ai 30 centesimi al chilo, pari a circa 302 euro a tonnellata.
Il rischio è quindi quello di una filiera nella quale il produttore agricolo sostiene i costi, affronta i rischi climatici e di mercato, ma non riesce a ottenere una remunerazione adeguata. Una situazione che, nel medio periodo, può mettere in discussione la stessa capacità di mantenere le superfici coltivate a grano duro.
Per Cia la questione non riguarda soltanto il reddito degli agricoltori, ma la tenuta dell'intero sistema agroalimentare. La materia prima italiana rappresenta infatti un elemento identitario, economico, sociale e culturale.
Per questo l'organizzazione agricola contesta anche le semplificazioni secondo cui l'origine italiana del grano sarebbe un elemento secondario rispetto alla qualità della pasta.
"La materia prima locale è centrale e fa la differenza", sottolinea Cia, ricordando che la tutela della filiera passa innanzitutto dalla possibilità per il consumatore di conoscere l'origine del prodotto e per il produttore di ottenere un prezzo capace almeno di coprire i costi sostenuti.
Nel mirino finiscono anche le dinamiche dell'importazione. Cia chiede maggiore trasparenza sui flussi di grano estero e controlli efficaci per evitare fenomeni di concorrenza sleale. L'organizzazione richiama inoltre la necessità di garantire il rispetto degli standard sanitari e ambientali previsti dall'Unione europea lungo tutta la filiera.
Il tema torna al centro del dibattito anche alla luce della campagna di sensibilizzazione e promozione del prodotto Made in Italy lanciata dal Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. Cia considera positivamente l'iniziativa e ribadisce che scegliere pasta prodotta con grano 100% italiano significa sostenere concretamente l'agricoltura nazionale, valorizzare i territori e difendere una filiera che parte dai campi e arriva alla tavola.
I numeri fotografano però una forte distanza tra il prezzo pagato dal consumatore e quello riconosciuto alla produzione. La pasta industriale sugli scaffali della grande distribuzione si colloca generalmente tra 1,35 e 1,85 euro al chilo, con punte che arrivano a 2,20 euro per prodotti premium o biologici. Nei discount si possono trovare confezioni a partire da 80-90 centesimi al chilo, mentre la pasta fresca artigianale raggiunge valori molto più elevati, dai circa 16 euro al chilo per i formati semplici fino a oltre 35-40 euro per ripieni e specialità.
Dall'altra parte della filiera c'è il cerealicoltore. In occasione della recente mietitura, il prezzo del grano duro nazionale si è attestato mediamente tra 240 e 260 euro a tonnellata, vale a dire circa 24-26 centesimi al chilo, con differenze legate alla qualità, al peso specifico e al contenuto proteico. Un valore che, secondo le stime richiamate da Cia, risulta inferiore al costo medio di produzione, indicato intorno ai 30 centesimi al chilo, pari a circa 302 euro a tonnellata.
Il rischio è quindi quello di una filiera nella quale il produttore agricolo sostiene i costi, affronta i rischi climatici e di mercato, ma non riesce a ottenere una remunerazione adeguata. Una situazione che, nel medio periodo, può mettere in discussione la stessa capacità di mantenere le superfici coltivate a grano duro.
Per Cia la questione non riguarda soltanto il reddito degli agricoltori, ma la tenuta dell'intero sistema agroalimentare. La materia prima italiana rappresenta infatti un elemento identitario, economico, sociale e culturale.
Per questo l'organizzazione agricola contesta anche le semplificazioni secondo cui l'origine italiana del grano sarebbe un elemento secondario rispetto alla qualità della pasta.
"La materia prima locale è centrale e fa la differenza", sottolinea Cia, ricordando che la tutela della filiera passa innanzitutto dalla possibilità per il consumatore di conoscere l'origine del prodotto e per il produttore di ottenere un prezzo capace almeno di coprire i costi sostenuti.
Nel mirino finiscono anche le dinamiche dell'importazione. Cia chiede maggiore trasparenza sui flussi di grano estero e controlli efficaci per evitare fenomeni di concorrenza sleale. L'organizzazione richiama inoltre la necessità di garantire il rispetto degli standard sanitari e ambientali previsti dall'Unione europea lungo tutta la filiera.